A casa, da scuola, nel mondo tech

A casa, da scuola, per chi lavora nel mondo tech.
Premessa
Questo articolo è stato scritto a quattro mani da Serena Sensini e Michael Di Prisco, entrambi genitori, con lo scopo di condividere con altre persone che fanno questo mestiere le frustrazioni, le sfide e le gioie quotidiane nell’essere genitori e dev.
Una copia di questo articolo è presente anche nella newsletter “Debug”.
Come genitore, come dev.
Ma come si gestisce un periodo “a casa da scuola”?
[SERENA]
Posso dirlo? La vivo male. Mesi fa ho messo una suoneria personalizzata per il numero della scuola così da attivare subito l’istinto di allarme e tenermi pronta per l’emergenza ma -ahimé- la realtà è che è impossibile essere pronti.
Mi ritengo una persona fortunata, perché mia figlia va a scuola e mi permette di avere delle ore di tranquillità per lavorare a mente un po’ più sgombra, così da dedicarmi a lei completamente nel tempo che trascorriamo insieme, ma quei momenti in cui arriva la febbre a scuola, sono momenti di estrema agitazione.
Come coordino quella riunione pianificata 2 settimane fa? Chi chiamo per farmi dare un supporto? Abbiamo la Tachipirina a casa? Con la febbre arriva una cascata di domande che richiede azioni, e anche veloci.
Detto che qualche nonno/a che ci può dare una mano qualche volta c’è, io sono una persona che gioca di anticipo e fin da quando era piccola, ho cercato di affiancarmi una persona che nei momenti di “crisi” potesse essere di supporto e di compagnia per mia figlia, perché il problema di lavorare da casa è che con un/a bambino/a piccolo/a è molto difficile -se non impossibile- lavorare tutto il giorno senza mille interruzioni. Per non parlare del senso di colpa: tuo/a figlio/a ti vede a casa, ti chiede attenzioni, ma tu hai quel documento che doveva già essere consegnato per ieri e che richiede una mezz’ora di lavoro senza interruzione.
In questi casi, scatto il piano London Bridge (o una sorta di): devo lavorare o fare call importanti? Si chiamano le persone che possono essere di supporto per l’emergenza -piano A-, si chiama la tata -piano B- oppure si organizza la giornata di modo che i momenti di ninna coincidano con i momenti di focus per me. Quante notti mi sono fatta a lavorare per recuperare? Tante, e fa parte del gioco. La realtà è che coniugare queste due facce di una stessa medaglia non è facile, anzi, e questo nonostante la mia posizione attuale abbia una certa flessibilità.
Il mio consiglio? Diffidate di chi vi racconta la favola che il lavoro da casa è questione di fortuna: è questione soprattutto e anche di organizzazione, quando si tratta di gestire una famiglia. Vantaggio sì, fortuna… Non direi.
[MICHAEL]
Non abbiamo la fortuna di avere dei nonni in pensione, anzi, lavorano più mia madre e mia suocera di me! Di conseguenza, tranne per rare eccezioni, non esiste l’ipotesi “lancio del pupo” verso i parenti liberi.
Premesso questo, ho la grande fortuna di lavorare in un’azienda molto attenta al rapporto vita-lavoro e di far parte di un team di professionisti, oltre che di amici, che mi coprono le spalle quando ho bisogno di rallentare il ritmo. Ho smesso di fumare circa tre anni fa, e ho sostituito quelle pause con una moka. Quando i miei figli stanno male e sono solo in casa ad occuparmene, le pause moka diventano dei momenti di gioco, che allungo di qualche minuto per non impazzire. Se poi capita di non aver chiuso una feature o di dover rifinire qualche dettaglio a fine giornata, lo faccio con calma, dopo cena, rosicchiando qualche minuto con mia moglie.
Se i giorni diventano tanti, cerco di prendermi uno o due giorni di ferie o congedo, per rispetto nei confronti dell’azienda e del team, sapendo che in caso di necessità chiunque potrà farmi un colpo di telefono.
E come gestisci le riunioni importanti?
[SERENA]
Se importante, cerco di partecipare in modalità silenziosa, per quanto possibile, e comunque avviso le persone con cui devono parlare che sono in compagnia di una piccola assistente. Per me è stato difficile all’inizio non sentirmi in difficoltà, vista anche la quantità di pregiudizio che gira su chi, come madre, si trova a casa con un/a piccolo/a malata e che deve far conciliare tutto. Inizialmente, ammetto che mi sono chiesta “ma come fa?” e poi, trovandomi nella situazione, ho avuto un senso di grande solidarietà verso chi, come me, si trova dall’altra parte in altre situazioni.
Mi sono trovata a fare call con diversi bimbi in braccio o come sfondo, figli di colleghi/e che dovevano tenerli a casa per diverse ragioni. Qual è il problema? In realtà, nessuno. Se la discussione non si può rimandare, si affronta al meglio delle nostre possibilità, altrimenti si rimanda, semplicemente. In fondo, non salviamo vite, ma produciamo dei servizi che, nel bene o nel male, con qualche ora di ritardo, non comporteranno la fine del mondo.
[MICHAEL]
Se possibile, rimando. In alternativa, preferisco un approccio onesto e schietto. Se ho uno dei bambini a casa malato, esordisco in riunione dicendo che non attiverò la webcam perché mio figlio non sta bene e dovrò costantemente allontanarmi, alzarmi e muovermi, ma di non preoccuparsi perché ho le cuffie. Se nel 2025 non è possibile accettare un po’ di informalità quando ci si trova di fronte un genitore che deve occuparsi del proprio figlio, il problema non sta di certo da questo lato della staccionata.
Come ultima chance, aggiorno un collega del team fornendogli tutte le informazioni necessarie e chiedo di sostituirmi. Questo può essere sufficiente per meeting tecnici o brief con clienti e partner, ma difficilmente è possibile per riunioni chiave, in tal caso l’onestà citata in partenza è la chiave.








