Voglio diventare una… Social Media Marketing Manager

Abbiamo parlato di cosa vuol dire essere una Social Media Manager grazie a Sabrina; stavolta diamo spazio ad una figura ibrida, per cui saper attuare strategie e azioni volte a raggiungere obiettivi di marketing permettono ad un brand di crescere notelvolmente.

 

Non si tratta solo di conoscere e saper sfruttare i social, ma di tradurre questa attività in migliore visibilità, brand awareness e aumento del fatturato.

 

Annalisa ci parlerà di come diventare Social Media Marketing Manager, dal momento che lavora nel settore già di diversi anni e che ha fatto della sua curiosità il proprio mestiere!

 

Descriviti in 100 parole

 

Mi chiamo Annalisa Vicari e la mia città è Milano, dove sono nata e vivo attualmente. Sono una Donna solare, sensibile, empatica, caparbia ed estremamente curiosa.

 

Parlo della mia curiosità perché è come se fosse la chiave della mia vita, in quanto mi spinge ogni giorno a conoscere a 360 gradi tutto ciò che posso e che ancora non so.

 

Amo interagire con le persone, sono una sorta di animale sociale, perché penso che ciascuno di loro abbia qualcosa da insegnarmi e resto in ascolto, ma parlo anche moltissimo. L’interazione con gli altri e l’aggiornamento costante sono il mio “pane quotidiano”.

 

Amo tutto ciò che è natura e gli animali, con cui provo a stabilire una comunicazione.

 

In cosa consiste il ruolo di Social Media Marketing Manager?

 

Faccio la Social Media Marketing Manager dal 2012, quando ancora questo lavoro era sconosciuto ai più e non aveva neppure un nome.

 

Dopo il diploma come ragioniera e programmatrice informatica ho deciso di intraprendere il percorso universitario e mi sono laureata in Economia, marketing, comunicazione aziendale e mercati globali.

 

Il percorso accademico mi ha fatto scoprire la mia creatività, la mia passione per la comunicazione e la pubblicità.

 

Sono una freelance e lavoro da remoto in solitaria, ma negli anni ho avuto modo di lavorare in team con altri professionisti perché credo che la verticalizzazione nelle professioni digital sia la chiave del successo di un progetto.

 

Mi spiego meglio: spesso si pensa che si possa fare tutto bene e da soli, io invece credo che ogni professionista abbia delle skills che vanno ad incastrarsi perfettamente con quelle di qualcun altro.

 

Non vorrei addentrarmi nei tecnicismi, ma credo mi tocchi, quindi provo ad esemplificare il concetto: io mi occupo del progetto dall’inizio alla fine; quindi, conosco gli steps che occorrono per affermarsi sul web, in cui oggi non conta più solo esserci, ma il modo in cui si è presenti.

 

Il sito internet è il punto di partenza per la comunicazione di un’azienda di qualunque dimensione ed è da questo che parto per fare l’analisi della strategia da attuare sui canali social. Questa è l’unica cosa che unisce tutti i miei clienti e i potenziali.

 

Partendo da un sito web ben fatto (per cui occorrono la figura del web master, del copywriter e del SEO Expert) dopo aver chiesto la mission e la vision del cliente e quali obiettivi vorrebbe raggiungere, mi occupo di fare un’analisi generale, dei competitors, dei valori aziendali e su quali social network è opportuno presenziare per un’efficace comunicazione.

 

Quindi redigo il business plan, il piano editoriale e il calendario editoriale, essenziali per ottimizzare il tutto.

 

Oltre alla gestione dei social network, mi occupo di advertising sulle piattaforme e adoro osservare i dati, le metriche che sono l’indicatore delle performance delle campagne pubblicitarie e che mi consentono di avere sempre una visione chiara e di continuare l’ottimizzazione.

 

Inoltre mi piace offrire consulenza sia ai social media marketing manager junior che a chiunque voglia aprirsi all’educazione digitale.

 

Qual è la soft skill più importante che deve possedere una Social Media Marketing Manager?

 

Potrei fare un elenco delle soft skills importanti perché per fare bene il mestiere del Social Media Marketing Manager occorre avere una conoscenza di tante materie, da quelle più tecniche, economiche a quelle più umanistiche, ma la mia scelta sulla soft skills più importante cade sull’adattabilità del professionista.

 

Lavorando su piattaforme terze, di cui non siamo proprietari, ma solo ospiti, dobbiamo aggiornarci quotidianamente e adattarci agli aggiornamenti e alle novità che ogni social network decide di implementare.

 

Quindi se è vero che serve una struttura mentale aperta e creativa, è altrettanto vero che dobbiamo adeguarci agli standard in continuo movimento delle diverse piattaforme proprietarie per far sì che il nostro lavoro non perda di efficacia nel tempo. Insomma, questo è un lavoro in cui “chi si ferma è perduto”.

 

La maggior parte di noi utilizza i social per parlare dei propri successi, ma la realtà è che siamo quel che siamo grazie al 90% dei nostri errori. Racconta il tuo più grande fallimento da quando lavori nel settore, che però ti ha reso ciò che sei.

 

Pensa che uno dei motivi per cui ho scelto questo lavoro è che ti permette di imparare dagli errori, un po’ come nella vita.

 

Il mio più grande errore è stato quello di fidarmi della sorella di una cliente che seguivo nei primi anni di lavoro; questo accade spesso quando sei in buona fede e ancora non conosci i “trucchi” del mestiere.

 

Quello che è accaduto, mi ha lasciata talmente male da dover porre in essere da quel momento in poi la clausola di esclusività, insieme al cliente, se lo desidera, sull’amministrazione dei canali social del brand in oggetto.

 

In altre parole, dopo aver lavorato per più di tre anni e mezzo alla visibilità, notorietà e vendita dei prodotti di un nuovo brand di gioielli, arrivando al punto in cui ad indossarli erano anche dei VIP e partecipando a kermesse di portata nazionale e internazionale, come il Festival di Sanremo, e a canali televisivi del calibro di Mediaset, un’altra persona, amministratrice anch’essa dei canali social con la giustificazione di verificare l’andamento del progetto, presa da un colpo di invidia per i successi raggiunti, da un giorno all’altro, ha cancellato quasi tutti i post, i video, gli eventi presenti sui canali principali.

 

Per me è stato un vero e proprio shock vedere cancellati anni di lavoro in un “click” e senza una ragione seria e pochi mesi dopo ho deciso di non lavorare più per quel brand che mi aveva dato tante soddisfazioni, ma che purtroppo non aveva più le basi di fiducia e stima per proseguire.

 

Posso dire che per me, ad oggi, più che un fallimento è stata una lezione importante, nonostante abbia comportato delle conseguenze importanti.

 

Come fare per diventare una Social Media Marketing Manager?

 

Questa è una domanda che mi hanno posto moltissime persone che volevano approcciare alla professione del Social Media Marketing Manager e sono lieta di poter esprimere pubblicamente il mio pensiero perché c’è una grandissima confusione sul tema e molti abbandonano poco dopo aver iniziato.

 

La prima cosa che deve avere un/a social media marketing manager sembra scontata, ma ti assicuro che non lo è: ti devono piacere i social network dal punto di vista dell’utente che li utilizza quotidianamente e devi avere la curiosità e la costanza di studiare per capire quali sono le dinamiche che si celano dietro agli algoritmi delle varie piattaforme.

 

In seconda battuta, mi assumo la responsabilità di dire che le certificazioni che si ottengono a seguito di corsi di breve durata non sono sufficienti neppure per iniziare, perché purtroppo forniscono tanta teoria, ma nessuna pratica, quindi poi in fase di operatività molti si scoraggiano perché si sentono smarriti.

 

Possono certamente essere utili per approfondire determinati argomenti o funzionalità, ma non insegnano all’atto pratico come si lavora nel mondo reale.

 

Avere delle basi tecnologiche è un’altra prerogativa essenziale, così come essere aperti di mentalità e stabilire delle ore dedicate proprio all’aggiornamento delle tecnologie.

 

Io sono stata fortunata perché, come dicevo, ho le basi della programmazione informatica, analisi dei dati, economia, marketing, comunicazione derivate dal mio percorso di studi -conoscenze fondamentali-, perché quando mi sono laureata, il settore digital ancora non esisteva.

 

Oggi esistono invece veri e propri corsi universitari per lo studio dei new media, ma vista la velocità e la frequenza degli aggiornamenti, non sarà mai sufficiente fermarsi alla laurea.

 

Tra parentesi, conosco bravissimi professionisti che non sono laureati, quindi il percorso universitario non è un elemento indispensabile!

 

Lo studio costante lo è. Per lavorare in questo mondo occorre avere un minimo di cultura tecnologica, tecnica, statistica, matematica, di marketing, comunicazione, psicologia, neuromarketing e altro ancora.

 

Acquisire queste competenze è possibile solo grazie alla curiosità di cui parlavo nell’introduzione, alla voglia di mettersi in gioco, al coraggio di sbagliare per imparare a migliorare.

 

Possono essere delle buone esperienze quelle che si maturano nelle web agency, perché per iniziare è necessario “sporcarsi le mani”, ma poi sta a noi capire quali obiettivi vogliamo raggiungere e trovare la strada per farlo.

 

Iniziare un progetto proprio sul personal branding è la sfida migliore che si possa fare e poi qualche consulenza mirata per chiarire dubbi con professionisti senior è un buon metodo.

 

È molto importante non sentirsi mai arrivati, essere umili e avere il coraggio di chiedere a chi è più esperto. Lo scambio tra colleghi del settore è indispensabile!

 

Parlando di successi, qual è il tuo prossimo obiettivo? Quale ruolo vorresti ricoprire entro i prossimi 3 anni?

 

Tre anni nel mondo del web sono un tempo lunghissimo, quindi di obiettivi ne ho moltissimi: tornando al focus delle domande, mi piacerebbe arrivare a ricoprire il ruolo di Digital Project Manager.

 

In realtà, questo è un sogno che porto nel cuore dalla mia prima lezione di Pubblicità in università, ma ancora non mi è stato possibile arrivarci per varie ed eventuali.

 

La prima cosa che sto cercando e che testerò sarà un team di professionisti freelance verticalizzati nella loro materia, interessati a collaborare per un progetto strutturato e che abbiano affinità con me e caratteristiche peculiari e caratteriali per riuscire a collaborare in modo sano e per l’obiettivo comune.

 

Inoltre, vorrei continuare a implementare la parte del mio lavoro inerente alla formazione perchè per me è estremamente gratificante riuscire a insegnare e formare professionisti e far comprendere l’educazione digitale.

 

Conosci il tema gender gap in ambito STEM? Se sì, come fare per superarlo?

 

Conosco molto bene il tema gender gap in generale, mi è capitato spesso di sposare cause per il superamento di questa discriminazione che ai miei occhi pare così obsoleta, eppure è ancora troppo presente in Italia (parlando sempre con cognizione di causa, mi riferisco al territorio che conosco) e ho partecipato attivamente alla campagna “Dateci Voce” qualche anno fa.

 

Si tratta di un movimento che scrisse una lettera indirizzata a Giuseppe Conte, allora Presidente del Consiglio e al Governo Italiano e per conoscenza a Vittorio Colao e ai componenti della “task force” che chiedeva espressamente l’introduzione di Donne nella gestione della pandemia, che fino a quel momento non avevano avuto alcuna posizione di rilievo.

 

Questa campagna ha avuto un risultato positivo e infatti abbiamo ancora una buona percentuale di donne nel Governo e nella gestione della situazione pandemica.

 

In ambito STEM posso affermare che il gender gap è più evidente in alcune professioni rispetto ad altre.

 

La posizione delle donne come Social Media Marketing Manager è abbastanza paritaria, specie per i freelancer, anche perché richiede una buona dose di complicità tra il cliente e il professionista; quindi, la scelta ricade spesso sull’empatia che si riesce a trovare tra le parti.

 

Resta invece ancora molto sentito ed evidente nel settore della programmazione, website e nuove tecnologie, come la realtà aumentata, mi riferisco sempre all’Italia.

 

Come potrebbe essere superato? Con l’educazione e la cultura che ponga fine alla discriminazione di genere e si focalizzi sulla meritocrazia dell’individuo in quando tale a prescindere dall’orientamento sessuale e/o al genere di appartenenza.

 

A questo proposito mi impegno a utilizzare lo “schwa” ogni volta che mi è possibile perché al di là delle polemiche in merito, credo che possa essere il giusto seme da veder germogliare e crescere nelle generazioni future.

 

Ci conto molto perché odio ogni genere di discriminazione perchè siamo tutti esseri umani che meritano rispetto per ciò che sono e che i pregiudizi, in gergo tecnico “bias cognitivi”, dovrebbero cessare di esistere e l’unico modo per essere più aperti mentalmente è riconoscerli e uscire dalla propria bolla, in cui ci sentiamo più forti e rafforziamo i pregiudizi.

 

È un compito difficilissimo perché richiede molto lavoro su sé stessi, ma io resto idealista e voglio credere che riusciremo a sdoganarli.

 

Grazie ad Annalisa per aver condiviso la sua personale esperienza!

 

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