Voglio diventare una… Digital Transformation Consultant

 

La serie di articoli a tema “cosa voglio fare da grande” continua e ogni martedì porterà un ospite diverso, che racconterà quello che è il suo lavoro secondo l’esperienza che vive giorno dopo giorno.

 

Questa settimana passa la parola a Flavia Marzano, che tra i tanti cappelli ha indossato anche quello di Digital Transformation Consultant.

 

Donna con una carriera professionale incredibile, ci ha messo del suo per migliorare la città in cui ha vissuto negli ultimi anni. Ha fatto della sua professione una vera e propria missione, portando avanti delle iniziative che hanno fatto la differenza non solo in ambito digitale, ma toccando temi importantissimi come l’accessibilità.

 

Ma partiamo dall’inizio…

 

Descriviti in poche parole

 

Sono laureata in Informatica qualche decennio -“secolo”- fa e ho fatto una tesi basata sull’Intelligenza Artificiale, quando di Intelligenza Artificiale quando se ne parlava ancora molto poco.

 

Adesso per fortuna si comincia a vedere anche nelle imprese e nella pubblica amministrazione.

 

Per più di trent’anni ho fatto la consulente nella pubblica amministrazione, anche se all’inizio non si parlava di Digital Transformation, ma più di “innovazione tecnologica”.

 

Parliamo di un periodo in cui alcuni comuni non avevano neanche la rete, quindi possiamo parlare di un’altra epoca, anche se in fondo siamo solo a trent’anni di distanza…

 

L’utilizzo della tecnologia nella pubblica amministrazione all’anagrafe o alla ragioneria era qualcosa di avveniristico.

 

All’inizio il mio compito era anche quello di aiutarli predisponendo capitolati che permettessero la digitalizzazione, e posso dire che ho visto cose che voi umani… cosa da raccapriccio!

 

Purtroppo capita molto spesso che, in comuni piccoli e grandi, vengano usati gli stessi software da più di trent’anni, perché “hanno sempre funzionano così bene…“.

 

Questo descrive l’importanza della Digital Transformation, anche nella politica: una maggiore consapevolezza avrebbe sicuramente evitato diverse situazioni come queste!

 

Qual è la soft skill più importante per questa professione?

 

La consapevolezza digitale. La prima cosa che devi fare quando arrivi a lavorare in un settore come questo della pubblica amministrazione, è farsi fare un elenco dei contratti in essere: cosa viene usato, da quando, quando scadono le licenze…

 

Software? Anche chi non è strettamente tecnico, dovrebbe tenere in considerazione che c’è bisogno del digitale. Perché non far sì che i dipartimenti collaborino?

 

Adesso c’è una figura -obbligatoria- che è il Responsabile della Transazione Digitale  e proprio perché non è necessario essere “esperti informatici”, questo ruolo diventa fondamentale per gestire al meglio le risorse a propria disposizione.

 

Questo software è vecchio, che alternative abbiamo? Questo software funziona bene, può essere utile ad altri dipartimenti?

 

Purtroppo lavorare per silos “informativi” non aiuta: sono necessari momenti di lavoro condiviso, fare lavoro di squadra, spesso così i progetti vengono meglio -e costano meno-.

 

Un esempio: che cosa fa un cittadino romano medio che vede la neve per strada? Guarda sul sito di Roma se è stata lanciata un’allerta meteo e se le scuole saranno chiuse.

 

In questo caso, sono necessari diversi step, come la comunicazione.

 

Serve un banner gigante in prima pagina che permetta agli utenti di rilevare subito l’informazione, e non qualcosa che i cittadini devono andare a cercare in giro per il sito.

 

Per queste attività è fondamentale avere competenze digitali che siano trasversali: sono tutte cose che si devono e si possono imparare, e non valgono solo per le persone strettamente “tecniche”.

 

Per non parlare di usabilità, data driven design, e soprattutto accessibilità. Parliamo di una legge di più di 16 anni fa, che però richiede ancora tanto lavoro.

 

Quando il portale (di Roma) è stato rifatto, è stato prima messo in beta test online, per chiedere agli utenti che cosa funzionasse e cosa no, cosa trovassero facilmente e quale fosse la loro esperienza.

 

Non solo: l’ho abbiamo fatto analizzare dall’Unione Italiana Ciechi Ipovedenti che lo hanno studiato e ci hanno mandato tanti suggerimenti essenziali che ovviamente abbiamo adottato!

 

Alla fine di questa esperienza, ho ricevuto una bellissima mail dove mi hanno fatto notare che se tutti i siti della pubblica amministrazione fossero così, i problemi di accessibilità sarebbero drasticamente ridotti.

 

E sia chiaro, non perché sono brava io: ho solo posto attenzione all’utente finale, togliendo il cappello tecnico e vestendo i panni di chi usa effettivamente il servizio e investendo nella comunicazione e nel trovare un linguaggio comune.

 

Esempio pratico? Se un medico ti parla di RMN, non tutti hanno le capacità per capire che si tratta di Risonanza Magnetica Nucleare.

 

Allo stesso modo, non tutti sanno che cosa significa avere a disposizione servizi digitalizzati, come la richiesta di un certificato.

 

E non solo: se una persona avanti con l’età e con poca familiarità con le tecnologie  ha difficoltà, figuriamoci chi magari è a Roma di passaggio e conosce poco la lingua! Ed ecco come sono nati i punti Roma Facile.

 

Il “nessuno escluso” parte anche da questo.

 

Nei social passa sempre il messaggio del “ce l’ho fatta”, ma parliamo di quando va male.

 

Nella tua carriera, qual è stato il più grande fallimento?

 

Nella mia ultima esperienza c’è stato un episodio per cui non riesco a trovare un aggettivo: durante alcune riunioni, provando ad essere una persona educata, alzavo la mano per poter dire la mia durante le varie discussioni.

 

Non una volta, ma tante volte, inutilmente. Vedendo che al mio gesto non veniva dato seguito, una volta in cui era davvero importante quello che volevo dire perché a mio avviso si trattava di una delibera sbagliata, mi sono alzata dopo aver verificato che avevano ugualmente il numero legale.

 

La sindaca allora mi ha chiesto spiegazioni, dopo le quali ha tolto la delibera dall’ordine del giorno.

 

Mi pento di non aver fatto più spesso, e quindi di non aver fatto sentire la mia voce, magari alzandola -come hanno fatto tanti miei colleghi, perlopiù maschi-.

 

Mi vergogno di non aver parlato quando avrei dovuto, perché magari avrei potuto fare la differenza!

 

Tema gender gap in ambito STEM: cosa fare sul serio, e cos’hai fatto tu nel tuo piccolo?

 

Nel mio piccolo” è giusto, perché sapessi il mondo quant’è grande.. Sicuramente partire dalle elementari: purtroppo e per fortuna le bambine e i bambini sono condizionati dai loro genitori, e sappiamo che nella società la tecnologia è un qualcosa che viene associato ai maschietti.

 

Insegnare alle scuole elementari alla bambine e ai bambini che cosa sono le scienze, a che cosa servono, e trasformarle in un gioco, farebbe davvero la differenza. Se in una classe ci fosse un potenziale nuovo Einstein, questo/a magari verrebbe sottovalutato/a e non valorizzato/a come invece dovrebbe, per colpa di una mancanza di competenze non solo digitali ma anche di scienze di base.

 

E questo per cominciare… Creare poi dei momenti formativi non solo per i bambini, ma per i docenti. Iniziative come l’Ada Lab e il CoderDojo sono fondamentali per aiutare e supportare anche le più giovani per entrare in questo meraviglioso mondo.

 

Questi sono momenti per far apprezzare il gioco che c’è dietro la programmazione, che non è assolutamente lontano dal mondo femminile, anzi!

 

In questo senso, l’associazionismo aiuta tanto. Bisognerebbe mettere a fattor comune le competenze e sfruttare le community locali che hanno a cuore questo tema, organizzando eventi che siano in grado di raccogliere queste donne e fare coaching. Io lo faccio, aiutando le ragazze a capire che possono e devono avere più fiducia in sé stesse!

 

Aiutare i docenti a identificare le ragazze e i ragazzi nelle loro propensioni e fare da mentori è importantissimo: io ho fatto il classico a Roma e ricordo bene quando la mia professoressa di filosofia, arrivati in fondo al percorso scolastico, mi chiese che cosa volevo fare “dopo”. Le risposi che le mie due passioni erano le lingue e la matematica.

 

Lei mi rispose: “Perché non ti iscrivi ad informatica?”. Era il 1973: io non sapevo neanche che esistesse, perché a Roma non c’era. Mi portò un libro di algebra booleana, me lo sono letto e me ne sono totalmente innamorata.

 

Qual è il tuo prossimo obiettivo?

 

Difficile questa… ok, ce l’ho. Fare formazione alla classe politica italiana. Io non sono in nessun partito, ma dico che se anche istituzioni come Camera o Senato mi autorizzassero e supportassero nel fare formazione sul digitale, sarebbe una grandissima opportunità.

 

Basta guardare le varie linee programmatiche: manca quasi sempre un obiettivo che sia concreto e misurabile. Anche gratis, regalo il mio tempo, per fare formazione ad assessori, sindaci, deputati. Vorrei poter trasmettere a queste persone il minimo che permetta loro di avere a cuore la trasformazione digitale.

 

Vorrei che quelle digital soft skill fossero ben assimilate e chiare: open source, blockchain e anche intelligenza artificiale, sono tematiche fondamentali e bisogna avere la consapevolezza e la conoscenza di argomenti come questi che ormai sono all’ordine del giorno.

 

Non a caso, con gli Stati Generali dell’Innovazione avevamo prodotto un ebook -che andrebbe aggiornato perché ormai ha 6 anni- che parlava delle le parole dell’innovazione che un politico non può ignorare.

 

Oltre a tematiche come l’Open Data, si parlava anche della legislazione vigente, e del perché questa tematica andrebbe affrontata e valutata. Dobbiamo assolutamente aggiornarlo.. Proviamoci!

 

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