Voglio diventare una… Cloud Solution Architect

Il cloud, o cloud computing, negli ultimi anni è un termine che è spopolato moltissimo, e così lo sono le nuovi professioni in questo campo: ma cosa fa una Cloud Solution Architect? Come diventarlo?

 

Ce lo racconta Najla Said!

 

Descriviti in 100 parole.

 

Sono una donna con interessi molto trasversali, e credo che questo sia il mio più grande punto di forza. Sono molto appassionata di arte e letteratura, leggo molto e amo la musica e la danza.

 

Mi interessano tanto, però, anche la scienza e la tecnologia, e diciamo che sono abituata in genere a ragionare in modo analitico, anche nel quotidiano.

 

Il mio percorso professionale ricalca questa caratteristica, ho studiato al liceo classico, ma poi mi sono laureata e dottorata in astrofisica, ed alla fine sono arrivata a lavorare nel mondo dell’informatica, che in realtà conosco fin da quando ero bambina, grazie a mio padre ed ai suoi Commodore 64.

 

Sapevi che si può installare un emulatore Commodore 64 su Ubuntu? Trovi qui i video per farlo!

 

In cosa consiste il tuo ruolo di Cloud Solution Architect?

 

Il mio lavoro consiste nel disegnare sistemi informatici utilizzando i servizi che sono forniti dai diversi Cloud provider.

 

Nella pratica è un lavoro di continua analisi e ricerca.

 

In primis si analizzano i requisiti del sistema che si vuole realizzare, e per farlo si lavora in gruppo, riunendo utenti, architetti, specialisti e chiunque possa chiarire cosa ci si aspetta da un sistema.

 

Poi serve trovare soluzioni, quindi studiare quali servizi o componenti rispondano ai requisiti, e, soprattutto, capire come integrare il tutto nel disegno finale.

 

Sembra un percorso lineare, ma vi assicuro che serve spesso tornare indietro a ridefinire o smussare i requisiti per far sì che il sistema non sia solo fantastico, ma che funzioni anche!

 

Qual è la soft skill più importante che deve possedere una Cloud Solution Architect?

 

Le soft skill essenziali nel mio lavoro sono due: il pensiero critico, ovvero la capacità di mettere sempre tutto in discussione, senza la quale sarebbe veramente difficile realizzare anche il progetto più semplice.

 

La seconda è l’abilità comunicativa, sia in termini di ascolto (per raccogliere i requisiti), che in termini di esposizione (per chiarire cosa è realizzabile e cosa no).

 

 

La maggior parte di noi utilizza i social per parlare dei propri successi, ma la realtà è che siamo quel che siamo grazie al 90% dei nostri errori. Racconta il tuo più grande fallimento da quando lavori nel settore, che però ti ha reso ciò che sei.

 

Dal mio più grande fallimento ho imparato ad accettare gli errori, essenziale per mettersi in gioco ed affrontare le sfide. Stavamo gestendo una situazione di emergenza con un cliente, tra nottate, sveglie all’alba e agitazione generale.

 

 

Mentre cercavo di aiutare, ho per sbaglio distrutto un componente essenziale. Dopo il panico iniziale, mi sono messa a lavoro e sono riuscita a ricrearlo in tempo record. Ad emergenza finita, riunione con il CTO del cliente: io mi aspettavo uno ‘shampoo’, ma lui fu molto gentile e disse “chi lavora sbaglia pure”.

 

 

Come fare per diventare una Cloud Solution Architect?

 

Per diventare architetto serve avere una gran voglia di imparare, sempre. L’informatica cambia ad una velocità impressionante, cambiano le richieste, le tecnologie, i paradigmi. Le certificazioni sono importanti, ma la cosa principale è sporcarsi le mani.

 

 

Mi piace sempre seguire da vicino la realizzazione dei sistemi che disegno: lì capisco cosa non devo dare per scontato, dove possono sorgere problemi, quali cose non rifarò e quali invece saranno le mie “best practice”.

 

Credo che implementare un sistema sia l’unico vero modo per imparare a disegnarlo.

 

Parlando di successi, qual è il tuo prossimo obiettivo? Quale ruolo vorresti ricoprire entro i prossimi 3 anni?

 

Ho appena cambiato lavoro, e l’ho fatto per inserirmi in un campo che credo stia lanciando una sfida alle architetture informatiche, per gestire e valorizzare l’immensa mole di dati a disposizione.

 

L’obiettivo è quello di diventare una specialista nel settore, per poi cercare di dare il mio contributo. Quindi, tra tre anni mi vedo in questo stesso ruolo, ma più in gamba!

 

Conosci il tema gender gap in ambito STEM? Se sì, come fare per superarlo?

 

Sono fortunata, ho alle spalle una famiglia che mi ha cresciuto con l’idea che potevo fare tutto, che il mio genere non rappresentava un limite.

 

Poi ho avuto la fortuna di studiare e lavorare con molte donne, il che mi ha quasi cullato nell’illusione che la questione fosse risolta.

 

Purtroppo, so bene che non è così, così come non lo è per molti altri gap, di altri generi che non sono uomo o donna, di culture e provenienze diverse, di estrazioni economico-sociali diverse (durante la mia laurea triennale un professore mi disse ‘l’università non è pensata per chi lavora’).

 

Sono contenta delle varie iniziative che si portano avanti per cercare di risanare queste storture, partecipo sempre volentieri, ma sono anche convinta che sarà necessario affrontare una vera rivoluzione culturale per raggiungere l’obiettivo.

 

Ho molta fiducia nelle nuove generazioni, mi sembrano incredibilmente più in gamba di noi da questo punto di vista, e mi auguro davvero che possano fare la differenza per costruire un mondo che non ha bisogno di istituire quote per garantire a tutti gli stessi diritti e le stesse opportunità.

 

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